Sequestro beni del rappresentante: la corte ribadisce la legittimità
Pubblicato il 22/03/17 08:59 [Doc.2746]
di Redazione IL CASO.it



La Cassazione conferma quanto già sostenuto in precedenti pronunce, consolidando il proprio orientamento in materia di confisca per equivalente nei reati tributari

In tema di reati tributari, è legittimo il sequestro preventivo funzionale alla confisca "per equivalente" dei beni del legale rappresentante, se questi non dimostra la sussistenza dei presupposti per disporre il sequestro in forma diretta nei confronti della società.
È quanto affermato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 9371 del 27 febbraio 2017.

La vicenda processuale
Il Tribunale del riesame confermava l'ordinanza di sequestro preventivo del Giudice delle indagini preliminari, finalizzata alla confisca, disposto nei confronti del rappresentante legale di una Srl, per i reati tributari di cui alla legge 74/2000 (nella specie, si trattava di omessi versamenti delle ritenute alla fonte, omesso versamento Iva e compensazione di crediti Irap inesistenti).
Detto provvedimento cautelare veniva impugnato in Cassazione dal rappresentante legale, il quale lamentava, innanzitutto il mancato accertamento della disponibilità dei beni in capo alla società, costituenti il profitto dei reati. Altresì, lamentava il difetto dell'elemento soggettivo dei reati di evasione.

La pronuncia e le argomentazioni della Cassazione
La suprema Corte, nel rigettare il ricorso, ha confermato la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca. A parere dei giudici di legittimità, infatti, con riferimento al sequestro oggetto del giudizio, sussistono sia il fumus del reato sia i relativi presupposti normativi.
Il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per i reati tributari commessi dal rappresentante legale di una società, è legittimo sia con riferimento ai beni dell'ente sia con riferimento ai beni del rappresentante legale stesso, qualora si verifichino le condizioni ribadite, in più occasioni, dalla giurisprudenza di legittimità.

In particolare, con la sentenza n. 10561/2014, le sezioni unite della suprema Corte hanno affermato la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l'ente una persona estranea al reato. Nella specie, invero, le omissioni dei pagamenti rilevano come diretta percezione del profitto (sia omesso sia realizzato).
Il sequestro, inoltre, è legittimo anche con riferimento a eventuali beni personali del rappresentante legale. Infatti, come già sostenuto dalla Cassazione nella sentenza n. 42966/2015, allorquando si procede per reati tributari commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica, è legittimo il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente dei beni dell'imputato, sul presupposto dell'impossibilità di reperire il profitto del reato, nel caso in cui dallo stesso soggetto non sia stata fornita la prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta.

Nel caso di specie, sia davanti ai giudici di merito sia nel corso del giudizio in cassazione (sotto il profilo dell'allegazione di elementi contenuti negli atti e non valutati dai giudici della cautela), nessuna prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica è stata fornita dal ricorrente.

Pertanto, allineandosi all'orientamento formatosi sul punto e in sintonia, peraltro, con un recente precedente conforme (cfr Cassazione sentenza n. 2242/2017), la suprema Corte conclude affermando che, in tema di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca con riferimento ai reati fiscali, è legittimo il sequestro disposto a carico del rappresentante della persona giuridica, indagato, se questi non fornisce la prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica, su cui disporre la confisca diretta. Peraltro, i giudici aggiungono che, in sede di legittimità, è necessario indicare specificamente gli atti processuali dai quali risulta reperibile presso la persona giuridica il profitto del reato.

Infine, con riferimento all'elemento soggettivo, premesso che in tema di omesso versamento Iva, è richiesto il dolo generico, integrato dalla condotta omissiva posta in essere nella consapevolezza della sua illiceità, a nulla rilevando i motivi della scelta dell'agente di non versare il tributo, nella specie, il dolo generico richiesto risulta sia dall'entità della somma sia dall'assenza di elementi utili a far ritenere che il soggetto abbia posto in essere tutte le possibili azioni per evitare l'inadempimento fiscale.

Dora De Marco
pubblicato Martedì 21 Marzo 2017
(www.fiscooggi.it)


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